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                                               IL DESERTO LUOGO DELL’ATTESA

 

Alza gli occhi e vedrai le cose a seconda di dove è il tuo cuore. «Allora Lot alzò gli occhi e vide che tutta la valle del Giordano era un luogo irrigato da ogni parte ... era come il giardino del Signore» (Genesi 13,10).

Perché non cogliere subito quanto di bello è a nostra disposizione?

Lot vede con gli occhi una terra splendida e fertile e va subito verso quel paradiso, lo fa suo, non ha altre attese, non va oltre neppure con il pensiero, non si ferma a riflettere che quella terra può avere un suo mistero, una sua storia.

Abramo allora resta solo nel deserto – la solitudine è indispensabile per andare al di là dellesperienza delle cose e dei ragionamenti umani – e ode l’invito del Signore a guardare lontano: «Alza gli occhi e, dal luogo dove tu stai, spingi lo sguardo verso il settentrione e il mezzogiorno ... tutto il paese che tu vedi, io lo darò a te e alla tua discendenza per sempre. Renderò la tua discendenza come la polvere della terra ... » (Genesi 13,14 ss.).

Abramo in fondo non vede nulla che sia afferrabile, contempla, crede, coglie il mistero di una storia che si deve compiere. Poco importa se Lot si è scelto la terra migliore e a portata di mano. Abramo vive di una attesa che va ben oltre quanto ha perduto o perderà in altre sconfitte.

«Poi lo condusse fuori e gli disse: Guarda il cielo e conta le stelle, se riesci a contarle, tale sarà la tua discendenza» (Genesi 15,5).

Dio fa percepire ad Abramo la sua intimità, la sua presenza – come fiaccola ardente oppure con i tre uomini a Mambre – ma l‘attesa resta dura perché non toglie oscurità, difficoltà, contraddizioni, il dislivello tra promessa e real: questo è «in profondità» il deserto.

Di fatto Abramo continua a vivere senza vedere nessuna realizzazione concreta e anche lui, visto che certe attese sembrano illusioni, tenta di attaccarsi alla realtà quotidiana: star bene in Egitto, trovare un erede già a disposizione, il servo Eliezer, o più fattibile, il figlio da Agar, Ismaele.

Non vi è profondo incontro con Dio, contemplazione senza il deserto di una lunga attesa con le tentazioni, le cadute che essa implica: è solo tra gli ostacoli, quando ogni progetto sembra venir meno, che l‘uomo impara quanto dice il Signore ad Abramo: «lo sono Dio onnipotente, cammina davanti a me e sii integro» (Genesi 17,1).

Nulla è impossibile a Dio: pgrande è limpotenza della creatura, più ampia è la benedizione del Signore. È spesso lincredulità che non fa attendere più nulla, per essa conta solo ciò che si vede, si tocca; non si contempla più, si è persa la dimensione del deserto fatto delle nostre povertà e di una attesa che va al di là di esse.

Abramo credette e finalmente ricevette il dono di Dio, ma quando ebbe con sé Isacco, Dio gliene chiese il sacrificio, per rigettare il suo amico nel deserto, nel mistero, nellattesa costosa fino all‘agonia. «Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete ... » (Genesi 22,13).

Abramo pallora sacrificare l’animale al posto del figlio, ma interiormente la richiesta lo fa restare in contemplazione del mistero di quel suo figlio che è proprietà di Dio, né più si meraviglierà se della terra a lui promessa potrà avere solo, a caro prezzo, un sepolcro.

Accettare nella propria vita la dimensione del deserto è questo imparare che tutto è di Dio.

Con Abramo luomo è chiamato a saper guardare, dentro la storia, il suo mistero di incompiutezza, a perdersi per entrare nel piano insondabile di Dio. Chi ha lasciato la propria terra, chi ha rinunciato a certi legami di parentela, chi ha. saputo fare a meno di prendere per sé la parte migliore, chi non riesce a possedere nulla di quanto ha sperato, ma continua ad attendere, questi è lamico di Dio, chiamato a conoscerlo in intimità. «Lo attirerò a me, lo condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Osea 2,16).

Si contempla con tutto lessere, col cuore inteso in senso biblico, nella profondità, là dove con la luce divina nasce la sapienza, là dove luomo coglie la sua sete di Infinito, di Trascendente, di Eternità. Non è qualcosa di straordinario, un deserto ricercato o costruito, che fa nascere l‘esperienza di Dio, ma il dono di Dio e la disponibilità del cuore, il dono di Dio e luomo che ha accettato che né i sensi né la ragione gli danno il significato ultimo del mistero della vita e vive di una attesa. Un’esperienza può scoprire o rinnovare questo atteggiamento, ma sarà contemplazione solo se diventerà un modo normale di guardare alla vita, al Dio vivente o meglio di «lasciarsi guardare da lui» (Carlo Carretto).

Si possono amare gli aspetti naturali che hanno la dimensione dellinfinito, il mare, il cielo stellato, le nubi, il deserto, i monti, ma essi parlano solo quando si va «al di là», allEssere invisibile, al Trascendente. Quando però si va al di là, tutto è richiamo, ogni aspetto del reale, un fiore, un bimbo, un oggetto, ogni esperienza umana, anche la più semplice, perché, se vissuta in profondità, mette in comunione con tutta l’umanità, il creato e il Creatore.

Si può andare nel deserto e credere di aver colto o di essere stato colto dalla santità di Dio, ma se poi non si sa riportare lo stesso sguardo penetrante, luminoso, se non si sa « alzare gli occhi» nel quotidiano – è duro, come è dura ogni trasformazione del cuore, non avviene in un attimo! – non si è contemplato.

Il luogo autentico della contemplazione è il deserto del quotidiano, la banalità, la monotonia di esso e la vita dei monasteri contemplativi, degli eremiti, se la guardiamo nella sua realtà, ce lo conferma: è partendo dal cuore che posso guardare alle cose, al deserto senza stancarmi.

Ed è anche così che possiamo verificare i nostri periodi di deserto. Non è la vita lostacolo, ma l’incapacità di silenzio dentro, e anche fuori, la nostra superficialità – quante cose vediamo senza vedere!-, il nostro non saper cambiare, il non toccare le profondità ... non sappiamo contemplare neppure noi stessi, ci analizziamo, ci giudichiamo, ci mascheriamo, ma non ci vediamo come un volto in cui Dio Padre ha voluto rispecchiare un qualcosa di sé e spesso non attendiamo più nulla da noi stessi. Se guardiamo così a noi, come possiamo vedere con benevolenza quanto ci sta intorno? come gustare la ricchezza della varietà delle cose e delle persone?

Contemplare è innanzi tutto guardare con meraviglia e attesa la propria storia e coglierne il legame con i fratelli, le cose; è camminare nel deserto davanti a Dio e farci camminare il mondo, portandolo con noi di fronte a lui con tutto il bene e il male che vi è, come fa Abramo nell’intercessione per Sodoma e Gomorra ed è Abramo che salva Lot.

Quello che noi chiamiamo deserto deve trasformarci dentro.

Contemplare non è un momento. È un modo di vivere, tenendo conto che si vedono le cose a seconda di dove è il proprio cuore.

Così, per esempio, Giuseppe, che era giusto di cuore, legge la storia del suo essere finito in Egitto secondo il cuore di Dio e può dire ai fratelli senza rancore, commosso, pieno di gioia «Dio mi ha mandato qui prima di voi ... per salvare in voi la vita di molta gente» e li consola! (cfr. Genesi 45,7-50,13).

La Bibbia non fa le nostre distinzioni nella preghiera – preghiera vocale, meditazione, adorazione, deserto – ma tutti coloro che pregano vivono un’attesa, quella della manifestazione del Signore e la loro preghiera diventa capacità di vedere l’invisibile. Vi è Giuditta, vi sono i profeti, vi è Simeone, vi è Anna, vi è Maria che custodisce tutto nel segreto deserto del proprio cuore. Vedevano al di là, non con gli occhi, ma col cuore che aveva custodito l‘attesa nel deserto della loro epoca.

Questa dovrebbe essere l‘esperienza del deserto anche oggi, senza più il bisogno di cercarlo “altrove” rispetto a dove siamo, questa la preghiera dei tempi di oggi, tempi di violenza, insicurezza, paura, in cui i valori sembrano scomparsi .e possono solo essere oggetto di speranza e di attesa.

È vero, di fronte a questo, l’uomo cerca di rifugiarsi nel tempio, in forme religiose ben definite, metodi, tecniche: tutto può essere cammino, ma occorre non fermarsi, saper “alzare lo sguardo” e guardare lontano.

Il deserto come dimensione interiore pone il credente tra promessa e compimento e resta l‘esperienza di chi non è sicuro di nulla, non ha certo il proprio domani, non si sente arrivato, non ha già identificato il proprio paradiso, non ha neppure la certezza della fede (la notte oscura!), l’esperienza di chi non si chiude nel proprio presente, di chi ha delle attese e nella storia coglie segni di compimento, ma sa che il vero compimento non sarà mai sua proprietà, solo Dio porterà a termine l‘opera cominciata.

Non è l’esperienza di Charles de Foucauld? Non è il substrato delle opere di Carlo Carretto che si è posto al suo seguito?

Forse era guardando le stelle del cielo, nel luminoso cielo del deserto che fr. Charles, ricordandosi della promessa fatta ad Abramo, sognava fratelli, fraternità che condividessero la sua scelta e sotto quel cielo, senza perdere la speranza, nell‘attesa, ha intensificato la sua intimità con Dio e Dio, dopo la sua morte, ha portato a compimento il suo desiderio.

Giuliana Babini cf. Jesus Caritas 1982